Nel 2024 in Italia la produzione dei rifiuti urbani ha raggiunto poco più di 29,9 milioni di tonnellate, pari a circa 508 chilogrammi per abitante (dati ISPRA). Nello stesso anno la raccolta differenziata è salita al 67,7%, in crescita rispetto al 2023, ma il dato più interessante per capire la solidità del sistema non è solo la crescita della differenziata, quanto piuttosto l’equilibrio complessivo. La filiera nazionale che continua a reggersi su un assetto delicato che integra riciclo, trattamento della frazione organica, recupero energetico e riduzione progressiva del ricorso alla discarica. È in questo contesto che il recupero energetico dei rifiuti residui non riciclabili mantiene un ruolo strategico, soprattutto nei territori in cui la dotazione impiantistica resta insufficiente o sbilanciata.
Il dato impiantistico restituisce bene questa realtà. Secondo dati ISPRA, nel 2024 risultano operativi 625 impianti per la gestione dei rifiuti urbani, ma la distribuzione sul territorio nazionale è tutt’altro che omogenea. Gli impianti di termovalorizzazione che trattano rifiuti urbani o frazioni derivate sono 35: 25 si trovano al Nord, 4 al Centro e 6 al Sud. Anche la rete degli impianti per l’organico è fortemente concentrata nel Settentrione: su 250 impianti di compostaggio, 147 sono localizzati al Nord; lo stesso vale per 39 dei 66 impianti di trattamento integrato e per 24 dei 28 impianti di digestione anaerobica. È una geografia che incide direttamente sui flussi di rifiuti e limita la possibilità, per molte aree del Paese, di chiudere efficacemente il ciclo all’interno del proprio territorio.
Nel 2024 il 18% dei rifiuti urbani prodotti in Italia è stato avviato a termovalorizzazione, mentre un ulteriore 1% è stato destinato a impianti produttivi per l’utilizzo come fonte di energia. Tutti i 35 impianti censiti da ISPRA recuperano energia: 21 producono energia elettrica, mentre 14 sono dotati di cicli cogenerativi e recuperano sia elettricità sia calore. Nel complesso, questi impianti hanno trattato oltre 6,1 milioni di tonnellate di rifiuti e generato circa 4,43 milioni di MWh di energia elettrica e 2,46 milioni di MWh di energia termica; quest’ultimo dato è concentrato esclusivamente in impianti del Nord Italia, evidenziando ancora una volta il divario territoriale che caratterizza il sistema impiantistico nazionale.
Gli impianti di termovalorizzazione non sostituiscono il riciclo, ma intercettano la quota non riciclabile dei rifiuti, inclusi gli scarti dei processi di trattamento e i residui degli impianti di riciclo, evitando che finiscano in discarica e contribuendo così al ciclo virtuoso di gestione in ottica di economia circolare.
La concentrazione territoriale della capacità complessiva di trattamento resta però molto marcata. Il 74,8% dei rifiuti urbani avviati alla termovalorizzazione viene trattato al Nord, contro l’8,1% del Centro e il 17,1% del Sud. La Lombardia, da sola, tratta il 37,5% del totale nazionale dei rifiuti urbani avviati a questa filiera; seguono Emilia-Romagna con il 17,6% e Campania con il 12,5%. Questo significa che il recupero energetico esiste, funziona e produce energia, ma non è ancora distribuito in modo coerente con il fabbisogno nazionale. Di fatto, una parte importante dei rifiuti prodotti nel Centro e nel Mezzogiorno continua a dipendere da impianti collocati altrove, anche all’estero.
Il rapporto con la discarica aiuta a misurare l’evoluzione del sistema. Nel 2024 i rifiuti urbani smaltiti in discarica sono stati oltre 4,4 milioni di tonnellate, pari al 14,8% del totale prodotto, in calo del 3,7% rispetto al 2023. Se si guarda alla traiettoria di lungo periodo, il miglioramento è netto: lo smaltimento in discarica è sceso dal 63,1% del 2002 al 14,8% del 2024, mentre nello stesso arco di tempo la raccolta differenziata è salita dal 19,2% al 67,7%. Il punto, però, è che il margine di miglioramento resta significativo: la discarica continua a rappresentare una quota troppo elevata per un sistema che vuole dirsi pienamente coerente con l’economia circolare.
Il quadro europeo è ormai molto chiaro. La normativa UE ha fissato per i rifiuti urbani obiettivi di riciclo del 55% entro il 2025, del 60% entro il 2030 e del 65% entro il 2035, insieme al limite del 10% massimo di conferimento in discarica entro il 2035. Le nuove metodologie di calcolo introdotte dall’Unione, inoltre, sono più restrittive rispetto al passato: per questo la raccolta differenziata, pur essendo un indicatore fondamentale, non coincide automaticamente con il riciclo effettivo richiesto dalle regole europee.
Dentro questo quadro, l’Italia mostra luci e ombre. Secondo il profilo Paese 2025 dell’Agenzia europea dell’ambiente, l’Italia è considerata in linea con i target 2025 per il riciclo dei rifiuti urbani e degli imballaggi e non rientra tra gli Stati membri ritenuti più a rischio per l’obiettivo 2035 sulla discarica. Allo stesso tempo, però, la stessa valutazione europea segnala che servono ulteriori sforzi per aumentare il riciclo effettivo dei rifiuti urbani e ridurre ulteriormente il ricorso alla discarica. Il sistema italiano è quindi migliorato in modo sostanziale, ma non ha ancora raggiunto il pieno equilibrio richiesto dai target europei più ambiziosi.
La vera questione, quindi, non è se il recupero energetico debba sostituire il riciclo, ma come debba integrarsi in una pianificazione capace di assorbire la frazione residua non riciclabile e gli scarti dei processi di selezione. Oggi, una delle principali criticità è la movimentazione dei rifiuti al di fuori della Regione di produzione e in particolare, anche all’estero. È il segnale evidente di un sistema che, pur in miglioramento, continua a compensare gli squilibri territoriali con trasferimenti costosi e strutturalmente fragili.
Il problema riguarda anche la filiera dell’organico, che è decisiva per centrare gli obiettivi di riciclaggio. Dove esiste infatti un ciclo integrato sostenuto da un parco impiantistico sviluppato, il ricorso alla discarica si riduce in modo significativo. Nei territori meno attrezzati, invece, la gestione resta dipendente da sbocchi esterni: in Campania, per esempio, a fronte di oltre 650 mila tonnellate di organico raccolto, solo circa 69 mila tonnellate vengono trattate in impianti regionali, pari all’11% del totale; nel Lazio il rapporto è di circa 331 mila tonnellate trattate su poco meno di 580 mila raccolte, mentre in Toscana si sale a 332 mila su 527 mila. La pianificazione impiantistica, quindi, non riguarda solo nuovi impianti di recupero energetico, ma anche la capacità di trattare in prossimità i flussi che alimentano il riciclo, evitando che la frazione residua torni a pesare sulla discarica.
Anche le analisi di scenario convergono su questo punto. Secondo uno studio di Utilitalia dedicato ai fabbisogni impiantistici al 2035, per rispettare i target europei e ridurre i trasferimenti interregionali dei rifiuti servirebbero almeno 30 impianti aggiuntivi tra trattamento dell’organico e recupero energetico delle frazioni non riciclabili, per un fabbisogno complessivo stimato in 5,9 milioni di tonnellate annue. È una stima di settore, che però conferma che senza un rafforzamento selettivo della dotazione impiantistica, soprattutto nel Centro e nel Sud, il sistema continuerà a dipendere dai trasferimenti verso le aree meglio attrezzate e faticherà a ridurre ulteriormente il ricorso alla discarica.
In questa prospettiva, il recupero energetico dei rifiuti in Italia va letto per quello che è: non una soluzione alternativa al riciclo, ma una componente necessaria della chiusura del ciclo per la quota residua che non può essere recuperata come materia. I dati più recenti mostrano che il Paese ha compiuto passi avanti importanti, riducendo la discarica e consolidando la rete di trattamento, ma mostrano anche che la geografia degli impianti resta sbilanciata e che il raggiungimento degli obiettivi europei dipenderà sempre di più dalla capacità di pianificare infrastrutture coerenti con i fabbisogni reali dei territori.

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