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Impronta ecologica, carbonica e idrica: differenze e quando usarle

Impronta ecologica, carbonica e idrica: differenze e quando usarle

Quando si parla di impatto delle attività umane sull'ambiente, il termine "impronta" ricorre in indicatori diversi. Impronta ecologica, impronta di carbonio e impronta idrica non sono però sinonimi, perché osservano aspetti differenti del rapporto tra persone, attività economiche e risorse naturali. 

 

Ettari globali, tonnellate di CO₂ equivalente e volumi d'acqua non sono grandezze convertibili tra loro: rispondono a domande diverse. Capire cosa misura ciascun indicatore è quindi il punto di partenza per scegliere quello più adatto all’aspetto ambientale che si vuole valutare e orientare le priorità di intervento nei percorsi di transizione ecologica.

Impronta ecologica, carbonica e idrica: cosa misurano

Le tre impronte condividono l’obiettivo generale di rendere misurabili alcune pressioni esercitate sull’ambiente, ma lo fanno a partire da prospettive differenti.

Impronta ecologica: risorse consumate e biocapacità

L'impronta ecologica misura la domanda che una popolazione, una persona o un'attività esercita sulla biocapacità, cioè sulla capacità degli ecosistemi di rigenerare risorse biologiche e assorbire una parte degli scarti prodotti. 

 

Il calcolo dell'impronta ecologica considera le superfici biologicamente produttive necessarie a sostenere i consumi, ovvero:

 

  • terreni coltivati
  • pascoli
  • foreste
  • aree di pesca
  • suolo occupato dalle infrastrutture. 

 

A queste si somma la superficie forestale teoricamente necessaria ad assorbire l'anidride carbonica derivante dai combustibili fossili, che nel modello rappresenta la componente più rilevante. 

 

Il valore ottenuto dal calcolo è espresso in ettari globali (gha). Confrontandolo con la biocapacità disponibile si può capire se la domanda di risorse supera la capacità degli ecosistemi di rigenerarle: in questo caso si parla di deficit ecologico.

Impronta di carbonio: le emissioni di gas serra dirette e indirette

L'impronta di carbonio, o impronta carbonica, misura la quantità di gas a effetto serra legata a un'attività, un'organizzazione, un prodotto o un servizio. Questi gas sono tra le principali cause del cambiamento climatico e costituiscono quindi il fulcro dell'analisi. 

 

Nel calcolo, oltre all'anidride carbonica (CO₂), rientrano anche altri gas a effetto serra, tra cui:

 

  • metano (CH4)
  • protossido di azoto (N2O)
  • gas fluorurati. 

 

Ciascun gas ha un diverso potenziale di riscaldamento globale (Global Warming Potential – GWP). Per questo le emissioni vengono convertite in anidride carbonica equivalente (CO₂e), così da ricondurle a una scala comune. 

 

Quali emissioni rientrano nel calcolo dipende poi dall'oggetto dell'analisi. Per un'organizzazione si distinguono emissioni dirette e indirette, comprese quelle legate all'energia acquistata e alla catena del valore. Per un prodotto, invece, l'analisi può estendersi all'intero ciclo di vita. 

 

Per capire come ridurre l'impronta di carbonio, il calcolo serve soprattutto a individuare dove si concentrano le emissioni e orientare percorsi di decarbonizzazione e transizione energetica.

Impronta idrica: l'acqua consumata e quella inquinata

L'impronta idrica, o water footprint, considera l'acqua dolce utilizzata direttamente e indirettamente per produrre beni e servizi, includendo anche la componente legata all'inquinamento della risorsa. 

 

Il calcolo distingue tre componenti:

 

  • l'acqua verde, cioè l'acqua piovana trattenuta nel suolo e restituita all’atmosfera attraverso l’evaporazione dal terreno e la traspirazione delle piante.
  • l'acqua blu, cioè l’acqua superficiale o sotterranea consumata nei processi, ad esempio perché evaporata, incorporata nei prodotti o non restituita allo stesso bacino in condizioni comparabili.
  • l'acqua grigia, l’acqua proveniente da lavandini, docce, lavatrici e che può contenere traccia di sostanze grasse e oleose (detergenti, saponi) e contaminanti organici. 

 

Il risultato viene espresso in unità di volume, rapportate al periodo o all'unità di prodotto considerata. Questo indicatore permette di osservare dove e in quale forma la risorsa idrica viene utilizzata lungo una filiera, un aspetto che né l'impronta ecologica né quella carbonica descrivono con lo stesso dettaglio. Il tema si collega anche alla gestione del ciclo delle risorse.

Impronta ecologica, carbonica e idrica a confronto

Le tre impronte misurano dimensioni diverse e non sono grandezze direttamente sovrapponibili. 

 

L'impronta ecologica include anche una componente associata alle emissioni di CO₂, che però non coincide con la carbon footprint: nel modello del Global Footprint Network le emissioni di CO₂ da combustibili fossili vengono convertite nella superficie forestale necessaria ad assorbirle e quindi espresse in ettari globali. 

 

L'impronta idrica, invece, non è un sottoinsieme dell'impronta ecologica: utilizza una metodologia autonoma, misura volumi d'acqua e considera aspetti che il modello degli ettari globali non contabilizza come categoria separata. 

 

La tabella seguente riassume le principali differenze tra i diversi indicatori.

IndicatoreCosa misuraUnitàRiferimento metodologico
Impronta ecologicaDomanda di superfici biologicamente produttive, confrontata con la biocapacitàEttari globali (gha)National Footprint and Biocapacity Accounts
Impronta di carbonioEmissioni di gas a effetto serra di un soggetto, prodotto o attivitàTonnellate di CO₂ equivalenteGHG Protocol, ISO 14064, ISO 14067
Impronta idricaAcqua dolce consumata e inquinata, in modo diretto e indirettoVolume d'acqua (m³)Water Footprint Network, ISO 14046

Le tre impronte quindi non si sommano e non si sostituiscono a vicenda. Ad esempio, un'attività può avere emissioni climatiche contenute ma richiedere volumi d'acqua rilevanti, oppure esercitare una pressione significativa sul suolo senza incidere in modo proporzionale sul clima. Per questo motivo, vengono utilizzate per rispondere a domande diverse e supportare valutazioni ambientali complementari.

Quando usare l'impronta ecologica, carbonica o idrica?

La scelta tra impronta ecologica, carbonica o idrica dipende soprattutto dall’obiettivo dell’analisi. Nella fattispecie, l’impronta:

 

  • ecologica è particolarmente utile quando si vuole rappresentare in modo sintetico il rapporto tra consumo di risorse e capacità rigenerativa degli ecosistemi, anche in contesti di comunicazione e sensibilizzazione ambientale.
  • carbonica è più adatta quando occorre definire obiettivi misurabili di riduzione delle emissioni, stabilendo una linea di base, fissando target e verificandone nel tempo il raggiungimento.
  • idrica è particolarmente utile nei settori e nei territori in cui l’acqua rappresenta una risorsa critica, come le filiere agroalimentari, le produzioni idroesigenti o le aree soggette a stress idrico.

Misurare (e rendicontare) l’impatto per orientare le decisioni

Impronta ecologica, carbonica e idrica fanno riferimento a metodologie e standard diversi. 

 

La scelta del riferimento diventa rilevante quando l'indicatore entra in processi strutturati di misurazione o rendicontazione. In questi contesti, il metodo utilizzato e la verificabilità dei dati diventano parte essenziale della valutazione. 

 

La misurazione non riduce di per sé l'impatto: fornisce però informazioni utili per stabilire priorità, confrontare alternative e verificare l'efficacia delle azioni intraprese.

Gli standard per l'impronta di carbonio

Per le emissioni di gas serra, uno dei principali riferimenti internazionali è il GHG Protocol (Greenhouse Gas Protocol). Per le organizzazioni, il protocollo distingue le emissioni in tre ambiti, detti Scope:

 

  • Scope 1: riguarda le emissioni dirette generate da fonti possedute o controllate dall'organizzazione. Rientrano, ad esempio, quelle prodotte dalla combustione nelle caldaie, dai veicoli aziendali o dai processi produttivi
  • Scope 2: identifica le emissioni indirette legate all'energia acquistata o acquisita e consumata dall'organizzazione. Derivano dalla produzione di elettricità, vapore, calore o raffrescamento utilizzati nelle attività aziendali
  • Scope 3: include tutte le altre emissioni indirette generate lungo la catena del valore, sia a monte sia a valle dell'organizzazione. Possono derivare, ad esempio, dagli acquisti, dai viaggi di lavoro, dal trattamento dei rifiuti, dall'uso dei prodotti venduti e dal loro fine vita. 

 

Il GHG Protocol prevede inoltre uno standard specifico per la contabilizzazione delle emissioni associate al ciclo di vita dei prodotti. 

 

A questi riferimenti si affiancano le norme ISO:

 

  • la ISO 14064: stabilisce il quadro per misurare e comunicare emissioni e rimozioni di gas serra a livello di organizzazione
  • la ISO 14067: riguarda la quantificazione e il reporting della carbon footprint associata a un prodotto.

Lo standard per l’impronta idrica

Per l'impronta idrica, il principale riferimento è la ISO 14046, che definisce principi, requisiti e linee guida per la valutazione e il reporting dell’impronta idrica di prodotti, processi e organizzazioni, secondo un approccio basato sulla valutazione del ciclo di vita.

Riferimenti per l'impronta ecologica

L'impronta ecologica non dispone di una norma ISO dedicata, ma fa riferimento a una propria metodologia:

 

  • Ecological Footprint Standards 2009: costituiscono gli standard operativi per garantire coerenza e trasparenza nelle valutazioni dell'impronta ecologica

  • National Footprint and Biocapacity Accounts: forniscono i dati e i calcoli di riferimento sull'impronta ecologica e sulla biocapacità a livello nazionale. 

 

Nel complesso, conoscere differenze, criteri di calcolo e riferimenti metodologici delle diverse impronte consente di interpretare correttamente i risultati e utilizzare ciascun indicatore nel contesto più appropriato.

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